Le donne della Signoria dei Malatesta

Alla Signoria dei Malatesta, che governò su Rimini ed i suoi territori a partire dal 1200 per i successivi due secoli, appartennero, per nascita o per acquisizione, donne inquiete e passionali, fiere ed energiche, che seppero, all'occorrenza, governare e battersi.
Concordia dei Pandolfini, la prima moglie di Malatesta da Verucchio, detto "il Centenario" (1212-1312), era figlia di un funzionario dell'impero di Federico II di Svevia: donna non bella ma forte, con spalle dritte, fianchi robusti ed atta alla fatica, mise al mondo gli eredi Malatestiano, Rengarda, Giovanni, Paolo e Ramberto.
I grandi "stravolgimenti" all'interno della dinastia dei Malatesta iniziarono con Francesca, Costanza e Parisina: donne che infransero le regole ed i relativi codici etici del tempo, pagando ineluttabilmente alti prezzi, ma suscitando l'interesse di sommi poeti come Dante, Byron e d'Annunzio.
Francesca, moglie di Gianciotto, è protagonista della celebre storia narrata da Dante nel V canto dell'Inferno, che la vede adultera assieme al cognato Paolo il Bello: sedotta dai modelli di passione amorosa proposti dalla poesia e dalla letteratura francese, tanto diversi dagli schemi di matrimonio, inteso come strumento politico, in cui lei stessa era inserita, condivise con il suo amante una tragica fine.
Unica figlia legittima di Malatesta l'Ungaro, Costanza Malatesta crebbe, inquieta, alla corte di Pesaro: andò sposa al marchese Ugo d'Este e rimasta vedova, poco più che ventenne, in possesso di una dote di grandissimo valore, non tardò a consolarsi. Si racconta che fu "trovata nel letto a giacere" con un mercenario tedesco, tale Ormanno: pieno di vergogna e d'ira, lo zio Galeotto ordinò ad un suo uomo di sopprimerli entrambi.
Anche Parisina venne decapitata insieme al suo amante, il bel figlio legittimato di Niccolò III d'Este, suo marito: tragica vicenda rievocata dalla penna del celebre poeta George Byron.
Nel '400 si impose all'interno della famiglia un'altra importante figura femminile: Isotta degli Atti, dapprima concubina, poi, in un secondo momento, moglie di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Ancora dodicenne, Isotta fece innamorare di sé Sigismondo Pandolfo, che le donò una cappella ed un sepolcro monumentale nel Tempio Malatestiano di Rimini, mentre era ancora sposato con Polissena, figlia di Francesco Sforza.
Sigismondo aveva già sposato in prime nozze Ginevra d'Este, figlia di Niccolò III d'Este, probabilmente la donna splendidamente immortalata nel ritratto di Pisanello conservato al Louvre. Sigismondo sposò infine in terze nozze Isotta, rinunciando ad un matrimonio di stato, da sempre elemento strategico della politica malatestiana.
Nel 1461 il papa Pio XI scomunicò e accusò Sigismondo di aver ucciso le sue mogli Ginevra e Polissena: Ginevra sarebbe stata avvelenata, mentre Polissena sarebbe invece stata soffocata con un asciugamano.
Il potere dei Malatesta si spense nei primi anni del '500: l'ultima grande dama di corte fu Violante Bentivoglio, moglie di Pandolfo Malatesta, che pagò il disfacimento della famiglia riminese e degli Sforza, finendo in povertà.

Premio giornalistico citta' di Riccione